• Paolo Benanti

La forza della comunità nel tempo del postumano


CEI  Ufficio Nazionale Pastorale Sociale e del Lavoro - La forza della comunità nel tempo del postumano" - Lamezia Terme - Tavola rotonda con Paolo Benanti e Marco Bentivogli moderata da Walter Magnoni

Riportiamo uno schema del dialogo che si è tenuto 

1.          (a Paolo) – I tuoi studi sono stati sul mondo della tecnica e sull'uomo e arrivi a parlare di una condizione postumana. Aiutaci a capire perché nasce questo termine, cosa c'entra con la tecnica e a cosa ci si riferisce?

In quell'Occidente che è stato definito, con una ripresa della sua antica etimologia, la "terra del tramonto", quello che era stato sin dalle origini il suo punto di forza, il valore della persona umana, rischia di diventare il suo maggiore punto di debolezza: ciò che era stato il suo centro rischia di diventare la sua periferia. L'Occidente sarebbe stato, ed è tuttora, impensabile senza la categoria di persona. Tuttavia viene sancita oggi l’idea di un uomo in crisi, incapace di saper gestire le macchine che lui stesso ha creato, destinato ad essere confinato in un passato fatto di residui archeologici. Queste posizioni circolano tra gli intellettuali già da alcuni anni, nella forma del tramonto di un certo umanesimo: al presente, il postumanesimo potrebbe apparire variamente come un dubbio neologismo, l’ultimo slogan, o semplicemente un’altra immagine di un ricorrente auto-odiarsi dell’uomo. Tuttavia il postumanesimo può anche suggerire un potenziale, suggerisce una tendenza che si sforza di diventare più di una tendenza. Il rischio è che cinquecento anni di umanesimo potrebbero essere alla fine nella mente di questi intellettuali mentre l’umanesimo trasforma se stesso in qualcosa che dobbiamo chiamare senza poterci opporre postumanesimo.

2.          (a Marco) – Collegata al postumano c’è la cosiddetta Rivoluzione Industriale 4.0, cosa s’intende con questo termine? Quali i rischi e le potenzialità?

Industry 4.0 è la definizione data nel 2011 dati tedeschi della manifattura del futuro. Consiste nell’integrazione di 9 tecnologie già disponibili. Consentirà un utilizza più sostenibile delle risorse e maggiore produttività. Chi dimostrerà capacità di anticipo e di governo progettuale del cambiamento ne definirà la via più sostenibile. La tecnologia contiene i valori di chi la progetta, questa è la scommessa. Dobbiamo essere degli “early adopter” preparati e pronti alla sfida. Qui e non nella stanca evocazione si può dare di nuovo centralità alla persona. Se invece la vigilia di questa rivoluzione si concentrerà su tecnologie ed effetti economici, avremo fabbriche simili a scatole vuote, con poche persone e che funzionano anche male. La smart factory per funzionare ha bisogno della persona e della capacità della rigenerazione urbana in quello che io chiamo “ecosistema 4.0”

3.          (a Paolo) – Dentro a questo percorso come possiamo parlare di “dignità dell’uomo”? Come fare per non disumanizzarsi?

Uomo e robot, agenti autonomi umani e artificiali possono coesistere pacificamente? Per una delle questioni più urgenti che le intelligenze artificiali (AI) pongono nell’agenda dell’innovazione esiste una risposta.

In tali macchine, la prima direttiva da implementare è racchiusa nell’adagio primum non nocere: un robot non deve arrecare danno al lavoratore umano. Eppure non basta: le macchine sapiens, per convivere con gli uomini, devono imparare a sviluppare quattro specifiche capacità.

Intuizione - Quando due umani lavorano assieme, l’uno riesce ad anticipare e ad assecondare le azioni dell’altro intuendone le intenzioni. Questa competenza è alla base della duttilità che caratterizza la nostra specie: fin dai tempi antichi ha permesso all’uomo di organizzarsi. In un ambiente misto, anche le AI devono essere in grado di intuire cosa gli uomini vogliono fare, e devono assecondare le loro intenzioni cooperando: la macchina deve adattarsi all’uomo, non viceversa.

Intellegibilità - I robot funzionano comunemente secondo algoritmi di ottimizzazione: l’uso energetico dei loro servomotori, le traiettorie cinematiche e le velocità operative sono calcolate per essere il più possibile efficienti nel raggiungimento del loro scopo. Affinché l’uomo possa vivere assieme alla macchina, l’agire di quest’ultima dovrà essere intellegibile. L’obiettivo principale del robot non dev’essere l'ottimizzazione delle proprie azioni, bensì rendere il proprio agire comprensibile e intuibile per l’uomo.

Adattabilità - Un robot, attraverso la AI, si relaziona all’ambiente aggiustando il proprio comportamento. Lì dove uomo e macchina convivono, il robot deve essere in grado di adattarsi anche alla personalità dell’umano con cui coopera. L’homo sapiens è un essere emotivo; la macchina sapiens deve riconoscere e rispettare questa caratteristica unica e peculiare del suo partner di lavoro.

Adeguarsi – Gli algoritmi di un robot ne determinano le linee di condotta. In un ambiente condiviso, il robot deve saper adeguare i propri fini osservando la persona e comprendendo così qual è l’obiettivo pertinente in ogni specifica situazione. La macchina deve, in altri termini, acquisire una “umiltà artificiale” per assegnare una priorità operativa alle persone presenti, e non al raggiungimento di un fine predeterminato.

Nell’epoca delle AI, questi quattro parametri tutelano la dignità della persona, e vanno perciò garantiti. Questo obiettivo può essere raggiunto sviluppando algoritmi di verifica indipendenti che sappiano certificare le capacità di intuizione, intellegibilità, adattabilità e adeguamento.

4.          (a Marco) – Tu insisti molto sul tema della “partecipazione” e riprendi spesso il c.d “piano Calenda”: cosa prevede questo piano? Cosa vuol dire partecipazione all’epoca dell’industria 4.0?

I lavoratori saranno più professionalizzati e pertanto sempre più importanti. Se sono stakeholders dell’impresa, il loro ruolo esclusivo nel coinvolgimento produttivo è riduttivo. Devono partecipare alle definizioni strategiche con maggiori responsabilità. L’azienda con il cda di azionisti lontani dalla produzione, monadi rispetto ai lavoratori, sarà un modello di governance vecchi. In soffitta andrà mandato l’antagonismo (non il conflitto) sindacale e padronale. Io sogno un sistema in cui si valorizzino le virtù cooperative dei vari soggetti di rappresentanza. Certo, tutto questo impone una semplificazione del quadro sindacale, la proliferazione di sigle e dei contratti va in senso opposto. Dove la partecipazione funziona vi sono una o due sigle sindacali al massimo. In questi sistemi, lo dice il Max Plank institute, avere un sindacato coinvolto nelle responsabilità strategiche, aggiornato e preparato, migliora non solo la maggiore attenzione alla sostenibilità sociale del management ma anche le sue capacità in termini di sostenibilità industriali e finanziarie. Se alziamo il terreno di incontro tra impresa e lavoro organizzato, la sfida sarà più alta, i risultati migliori e più sostenibili.

5.          (a Paolo) – Un altro tema di cui si parla è il c.d. “big data”. Spiegaci in cosa consiste, quali effetti sta generando? Secondo te è vero che molte professioni sono a rischio, comprese quelle che richiedono una buona qualifica come quelle dei giornalisti, degli avvocati e di altri lavori?

Il mondo del lavoro conosce oggi una nova frontiera: le interazioni e la coesistenza tra uomini e intelligenze artificiali. Prima di addentrarci ulteriormente nel significato di questa trasformazione dobbiamo considerare un implicito culturale che rischia di sviare la nostra comprensione del tema. Nello sviluppo delle intelligenze artificiali (AI) la divulgazione dei successi ottenuti da queste macchine è sempre stata presentata secondo un modello competitivo rispetto all’uomo. Per fare un esempio IBM ha presentato Deep Blue come l’intelligenza artificiale che nel 1996 riuscì a sconfiggere a scacchi il campione del mondo in carica, Garry Kasparov e sempre IBM nel 2011 ha realizzato Watson che ha sconfitto i campioni di un noto gioco televisivo sulla cultura generale Jeopardy!. Queste comparse mediatiche delle AI potrebbero farci pensare che questi sono sistemi che competono con l’uomo e che tra Homo sapiens e questa nuova macchina sapiens si sia instaurata una rivalità di natura evolutiva che vedrà un solo vincitore e condannerà lo sconfitto a una inesorabile estinzione. In realtà queste macchine non sono mai state costruite per competere con l’uomo ma per realizzare una nuova simbiosi tra l’uomo e i suoi artefatti: (homo+machina) sapiens . Non sono le AI la minaccia di estinzione dell’uomo anche se la tecnologia può essere pericolosa per la nostra sopravvivenza come specie: l’uomo ha già rischiato di estinguersi perché battuto da una macchina molto stupida come la bomba atomica. Tuttavia esistono sfide estremamente delicate nella società contemporanea in cui la variabile più importante non è l’intelligenza ma il poco tempo a disposizione per decidere e le macchine cognitive trovano qui grande interesse applicativo.

Il punto di fondo è che più il lavoro, specie quello di managment e di natura medica o di ricerca, si datifica, viene cioè a basarsi sui dati e sulle relazioni tra questi e più saranno le macchine a fare meglio degli uomini questi processi. Lavori come le diagnosi mediche, l’accounting, il marketing, il reporting e l’estrazione di informazioni da testi (news e altro) saranno lavori che affideremo alle macchine. Non sono i blue collar ad essere a rischio ma i white collar: i posti di lavoro mediamente ben retribuiti rischieranno di scomparire. Inoltre dovremo preparaci a prendere ordini non da un capufficio o da un caporeparto ma da macchine: l’uomo impiegato di macchine rischia di essere uno scenario a cui siamo impreparati socialmente e culturalmente.

6.          (a Marco) – torniamo al lavoro nel tempo dell’industria 4.0: cosa ne pensi dell’idea di tassare i robot?

Molto pacatamente, mi pare una fesseria, per fortuna, peraltro, irrealizzabile. Il piano Calenda incentiva gli investimenti in tecnologia in un paese in cui durante la crisi sono spariti, non solo per colpa della crisi, gli investimenti privati.  Nel nostro paese il 90% degli occupati lavora nella piccolissima impresa, taglia dimensionale che rende difficile l’innovazione e che se tassata la renderebbe impossibile. Detassiamo il lavoro che è il bene più tassato.

7.          (a Paolo) – come cambia il nostro modo di comunicare in questo tempo? Quali potenzialità vedi per la Chiesa e per la teologia?

La Chiesa deve soprattutto essere attenta a rivelare quelle dinamiche che sottostanno a un certo pensiero che trasforma questa tecnologia in un fenomeno pseudo-religioso: il dataismo. Come la teoria dell’informazione sta pian piano assumendo il contorno di una visione religiosa? Nella storia del pensiero, al di là dei momenti di discussione accademica e di riflessione che hanno segnato lo sviluppo della filosofia, si è assistito al ricorso a diverse forme di autorità per sintetizzare criteri che fondassero e orientassero le scelte delle persone. Per migliaia di anni gli esseri umani hanno indicato l’autorità come proveniente dagli dei, e da loro consegnata agli uomini. Poi questo è stato affidato alle strutture codificate dalle grandi religioni. Dopo ancora, durante l’epoca moderna, l’umanesimo ha gradualmente spostato l’autorità dalle divinità alla persona. Jean-Jacques Rousseau, nel 1762, riassunse questa rivoluzione nell’Émile, il suo celebre trattato sull’educazione. Parlando di regole di condotta nella vita, Rousseau dice di averle trovate “nel profondo del mio cuore, tracciate dalla natura in caratteri che nulla può cancellare. Ho bisogno solo di consultare me stesso per quanto riguarda ciò che desidero fare; quello che sento di essere buono è buono, quello che sento di essere cattivo è cattivo”. I pensatori umanisti come Rousseau trasformarono il principio di autorità, e consegnarono alla società una prospettiva rivoluzionaria. Secondo il nuovo sguardo, non gli dei ma i sentimenti e i desideri umani sono la fonte ultima di significato. La volontà dell’uomo risultava così essere la più alta fonte di autorità. Al giorno d’oggi, in questa epoca di insorgenza di intelligenze artificiali, una nuova rivoluzione della fonte di autorità e dei riferimenti che sostengono i giudizi sta per avvenire. Proprio come l’autorità divina è stata legittimata da mitologie e credenze religiose e l’autorità umana è stata legittimata da ideologie umanistiche, così i nuovi guru dell’high-tech e i profeti della Silicon Valley stanno creando una nuova narrazione universale che legittima un nuovo principio di legittimità: gli algoritmi e i Big Data. Questa nuova narrazione, che è vera e propria fondazione di una nova religione; questa mitologia del XXI secolo è definibile, ispirandosi a pensatori come Harari, dataismo. Il dataismo non ha fedeli né luoghi di culto, eppure merita il proprio nome: perché l’onda informatica che sta sommergendo la realtà, e la mancata messa in discussione dei presupposti di questa, può diventare una credenza con caratteristiche analoghe a quelle di un credo religioso. Nella sua forma estrema i fautori di questa visione del mondo dataista percepiscono l’intero universo come un flusso di dati, vedono gli organismi viventi come poco più di algoritmi biochimici e credono che esista una vocazione cosmica per l’umanità: creare un sistema di elaborazione dati onnicomprensivo per poi, nell’eschaton del cosmo (ossia nel suo fine ultimo) fondersi in esso. Il rischio per l’uomo è di essere considerato alla stregua di un minuscolo chip inserito in un sistema gigante che, sempre più guidato e sviluppato dalle intelligenze artificiali, nessuno capisce davvero fino in fondo. L’uomo moderno, partecipe di questo processo, assorbe giornalmente innumerevoli bit di dati tramite e-mail, telefonate e articoli. Attraverso il pensiero, non fa che elaborare dati e ritrasmettere, nel grande flusso cosmico, nuovi bit attraverso nuove e-mail, telefonate e articoli di risposta. Dove i dati prodotti dall’uomo moderno si inseriscano nel grande schema delle cose, o come i bit di dati prodotti da ciascuno si colleghino con i bit prodotti da miliardi di altri esseri umani e dai milioni di computer è ancora cosa ignota. Il flusso incessante di dati è una realtà in crescita costante; la sua interruzione provocherebbe un collasso economico e sociale tanto indesiderabile quanto immaginabile. Aderire a una visione del mondo poco chiara e mai interamente spiegata, e affidare ai dati una sempre maggiore fonte di autorità sulla nostra vita, risulta essere attualmente la scelta più facile. L’uomo moderno, completamente integrato in questo processo globale, sente di non aver bisogno di capire. Ciò che deve fare è rispondere alle e-mail più velocemente. Come i capitalisti del libero mercato credono nella mano invisibile del mercato, i dataisti confidano nella mano invisibile del flusso di dati. Mentre il sistema di elaborazione dati globale diventa onnisciente e onnipotente, la stessa connessione al sistema diventa fonte di ogni significato. Il nuovo motto dice: "Se si verifica qualcosa - registrarlo. Se si registra qualcosa - caricarlo. Se si carica qualcosa - condividerla ". Oggi l’umanesimo si trova di fronte a una sfida esistenziale e l’idea di “libero arbitrio” è in pericolo. Le conoscenze neuroscientifiche suggeriscono che i nostri sentimenti non sono una qualità spirituale unicamente umana. Piuttosto, sono meccanismi biochimici che tutti i mammiferi e tutti gli uccelli utilizzano per prendere decisioni calcolando rapidamente le probabilità di sopravvivenza e quelle di riproduzione: persino i sentimenti vengono considerati traducibili in algoritmi. Seguendo una logica dataista, gli algoritmi artificiali potrebbero un giorno sostituire il ruolo che attribuiamo oggi ai sentimenti, e acquisire l’autorità di guidarci nelle decisioni più importanti della nostra vita. Nell’Europa medievale sacerdoti e genitori avevano il potere di scegliere il partner per le persone. Oggi, nelle società umaniste, questa autorità è da noi conferita ai nostri sentimenti. In una società dataista, fede e fiducia potrebbero essere attribuite a Google. “Hello Google”, potrebbe dire un dataista, attivando il sistema di intelligenza artificiale, “sia Giovanna che Maria mi corteggiano. Mi piacciono entrambe, ma in un modo diverso ed è così difficile decidere. Dato tutto quello che sai dei miei dati cosa mi consigli di fare?” A questo punto Google potrebbe rispondere: “Ti conosco dal giorno in cui sei nato. Ho letto tutti i vostri messaggi di posta elettronica, ho registrato tutte le chiamate telefoniche, conosco i vostri film preferiti, il tuo DNA e l’intera storia biometrico del tuo cuore. Ho i dati esatti su ogni appuntamento e posso mostrarti secondo per secondo i grafici dei livelli di frequenza cardiaca, pressione sanguigna e lo zucchero per ogni appuntamento che hai avuto con Giovanna e Maria. E, naturalmente, li conosco così come conosco te. Sulla base di tutte queste informazioni, sui miei algoritmi superbi e grazie a statistiche di milioni di rapporti negli ultimi decenni - ti consiglio di optare per Giovanna: hai una probabilità dell’87% di essere più soddisfatto di lei nel lungo periodo”. Questa rivoluzione non toccherà solo il mondo degli affetti e delle scelte di vita. Anche gli altri aspetti del decidere umano saranno espressioni del culto dataista. Anche l’accesso al mondo dell’università e la ricerca di un posto di lavoro saranno profondamente diversi da come li conosciamo oggi. In un contesto dataista non saranno più esami di ammissione o colloqui di lavoro che dovranno stabilire il nostro valore, le nostre conoscenze o l’attitudine ad alcuni campi di studio o di lavoro. I dati ci diranno chi va bene per cosa: profili genetici e profilazioni fatte in base ai dati che abbiamo prodotto, e che sono conservati nei sistemi informatici globali, saranno il modo con cui i sacerdoti e gli oracoli di questo nuovo culto, i server, decideranno sulle persone e sulle loro vite. Uno scenario simile a quanto alcuni autori di fantascienza hanno già in parte immaginato come, per fare un esempio, nel film Gattaca, dove la popolazione umana è suddivisa in caste in base alla qualità del loro profilo genetico. Il dataismo è la religione perfetta per gli studiosi e gli intellettuali della Digital Age. Nell’epoca dell’informazione digitale, ci promette di ottenere un Santo Graal scientifico che ci è sfuggito per secoli: una singola teoria globale che unifica tutte le discipline scientifiche, dalla musicologia, all’economia alla biologia. Secondo il dataismo la Quinta Sinfonia di Beethoven, una bolla speculativa in borsa e il virus dell’influenza sono solo tre modelli di flusso di dati che possono essere analizzati utilizzando gli stessi concetti e strumenti di base. Questa idea, estremamente attraente, dà a tutti gli scienziati un linguaggio comune per costruire ponti capaci di superare le spaccature accademiche e le fratture interdisciplinari: le scoperte dataiste possono essere facilmente esportate oltre i confini disciplinari.

8.          (a Marco) – parliamo di smart working, sappiamo che è una delle linee su cui il tuo sindacato si sta impegnando. Cosa ne pensi? Quali conseguenze potrà avere sulle persone?

Lo smart working è una grande opportunità di conciliare il lavoro con la vita delle persone. Va contrattualizzato, tutelato, ma con nuove categorie interpretative. Quelle del ‘900 su orario e organizzazione del lavoro sono inadeguate. Se il massimo che si sa fare è dire che questo lavoro deve essere “dipendente” mi pare che non si comprenda neanche il contenuto del nuovo lavoro. Io penso che sia una grande opportunità, il solo pensare che si potranno limitare gli esodi “poco biblici” quotidiani ogni mattina nelle grandi città, avvicinare il lavoro a chi vuole restare in prossimità della propria famiglia, di dare opportunità a tanti disabili la configura come un’occasione da non sprecare.

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