• Paolo Benanti

SARS-CoV-2: isolamento o solitudine? [OFF TOPIC]

Questo post è off-topic rispetto ai temi di questo blog tuttavia non posso riflettere sul tema solo da un punto di vista tecnologico ma anche cercando una risonanza spirituale.


Chi frequenta i miei post sa che in realtà è proprio questo il motore del mio interesse nel mondo della tecnologia e delle intelligenze artificiali: spirituale è tutto quel darsi nell'umano del senso, motore e artefice dell'etica.



Nella fede il senso, lo spirituale, è riverbero del Senso: Primo e Ultimo di ogni nostro anelito.

E allora mi sono chiesto il senso di questi giorni. Qui riporto un estratto di quanto ho scritto ai miei confratelli. Prendetelo per quello che è: una pagina del mio diario...


Cari confratelli seguiamo le indicazioni del Ministero della Salute e quanto già distribuito via email sui comportamenti igienici da tenere. Abitiamo in Regioni e Provincie diverse: seguite le indicazioni delle autorità locali e dei Vescovi competenti per il vostro territorio. Siate modelli a tutti i fedeli in questo. Ricordate che Francesco ha una grande attenzione a questo fino a volerlo nella Regola: “Frate Francesco promette obbedienza e ossequio al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori”.


Tuttavia mi preoccupa ora un indesiderato effetto spirituale che questo momento potrebbe suscitare in noi. Potremmo chiuderci in una sorta di quarantena spirituale. Dobbiamo “trasformare” ogni eventuale quarantena spirituale che possa essersi impossessata di noi in una vera Quaresima. In che senso?


Partiamo dalla definizione di quarantena. Nel dizionario della lingua italiana troviamo scritto:

Quarantena:

  • In origine, segregazione di quaranta giorni prescritta per malati affetti da malattie contagiose; in seguito, isolamento, segregazione di persone o animali per motivi sanitari, indipendentemente dal numero dei giorni.

  • FIG. Condizione di isolamento, di esclusione da un gruppo.

  • Attesa, sospensione per cautela: mettere una notizia in q., attenderne conferma.



Se nel nostro cuore ci troviamo in una condizione di isolamento allora il nostro cammino spirituale è in serio pericolo. Siamo chiamati a vivere in Quaresima un tempo di solitudine per incontrare Dio non un tempo di isolamento come sottolinea Denis Vasse (“Uno sguardo umano: dall’isolamento alla solitudine”, in La solitudine: grazia o maledizione?, P. Beauchamp, A. Louf e AA.VV., Qiqajon, Bose 2001):


L’uomo di oggi fa molta fatica a trovare la strada della solitudine, la strada che lo conduce a se stesso, al mondo e a Dio. Cos'è, dunque, la solitudine? Se essa si definisce in base alla relazione che ho con l’altro in cui m’imbatto o con l’altro che giace nella parte più intima di me stesso, la solitudine è il contrario dell’isolamento, che invece nega tale relazione.

L’isolamento si distingue dalla solitudine in quanto nega la possibilità dell’apertura all'altro, vissuta sempre come un’alterazione. Più in profondità, esso è negazione del desiderio che portiamo in noi, il desiderio dell’altro. L’isolamento e il mutismo vanno di pari passo, perché la relazione con l’altro trova l’espressione propria nella parola, e la negazione della prima comporta la scomparsa della seconda. Si potrebbe dire che l’isolamento stia alla solitudine come il mutismo sta al silenzio. Tacere implica che si abbia qualcosa da dire; essere soli suppone anche la possibilità di non esserlo, di essere aperti al mondo. La presenza dell’essere amato è sentita, nella solitudine, come un’assenza. Nell'isolamento la separazione è vissuta come un’inquietante interruzione del contatto. Per provare a se stesso che esiste, l’isolato ha bisogno della presenza materiale dell’altro, per quanto insopportabile. La scomparsa o il cambiamento dell’altro lo fa precipitare in una dolorosa incertezza, quella che compare quando è venuto meno ogni punto di riferimento.



Come dice Umberto Vivarelli, discepolo e amico di don Primo Mazzolari, siamo chiamati a vivere la solitudine del cristiano:


Esiste una interiorità che, come diceva Bernanos, assomiglia al gatto che gira attorno alla propria coda: intimismo, spiritualismo disincarnato, fuga dal mondo e dalle sue concrete responsabilità, compiacenze misticheggianti per meglio disprezzare la fatica quotidiana del mestiere di uomo. Ma è pur vero che questa sana rappresaglia a una spiritualità senza spina dorsale e senza piedi per terra, a sua volta è minacciata dalla tentazione opposta: affogare nell'attivismo e nell'agitazione quotidiana. Un’autentica spiritualità evangelica è un continuo, delicato, riconquistato equilibrio tra contemplazione e impegno, deserto e storia, l’assoluto di Dio e il quotidiano umano. Per qualsiasi avventura di esodo bisogna entrare, accettare, sperimentare il deserto; ma sempre nel deserto c’è il «roveto ardente» dove l’uomo incontra Dio per accettare la vocazione di liberatore dei fratelli oppressi. Se la contemplazione non cresce nella verifica della propria vocazione profetica, diventa sterile aristocrazia intellettuale. Se il deserto non è lo spazio spirituale per forgiare il proprio impegno rivoluzionario nella storia, è alienazione da Dio e dall'uomo. Se l’Assoluto non è Parola che si fa carne, non esiste il credente vero perché non c’è l’uomo vero. La solitudine non è disimpegno. Nella preghiera il credente si presenta e sempre ritorna al «cuore di Dio», che è il «cuore» di tutte le creature e di tutti gli avvenimenti. Qui la logica mondana delle prudenze, delle furbizie, delle prepotenze è lucidamente vista e capita nella storia, perché queste vi si infrangono e vi sono messe in scacco. Di qua il credente parte, irrobustito dall'onnipotenza dell’amore, per sfidare le politiche del denaro, della forza, del dominio. Il solitario pianta la sua tenda nel regno di Dio che è attesa e insieme anticipazione ardente. Poiché si sente senza patria, oltre le razze, al di là di ogni confine, incamminato verso il «giorno del Signore», passa attraverso le città degli uomini e le loro sorti come un avventuriero della libertà, della giustizia, della pace. Su ogni strada, con tutti, ma sempre proteso in avanti. Il cristiano è chiamato a essere «fermento nella massa» e per sollevare e far lievitare tutta la pasta non deve «massificarsi». Entrare e rimanere come fermento evangelico dentro la massa della storia e dell’esistenza di tutti - è il momento della incarnazione della Parola - significa accettare il rischio della fede solitaria. Continuamente si deve scommettere la propria fede contro le sconfitte e i fallimenti che il mondo regala senza posa. Bisogna vigilare per difendersi dalle suggestioni della massa: le abitudini, le mode, i conformismi, i servilismi, le rassegnazioni.

[…]

La fede potrebbe essere presentata così: una vita che rischia l’«assolo» con Dio. Fino a che manca questo incontro unico «faccia a faccia» col mistero di Dio, che si rispecchia nel mistero del nostro essere e fare l’uomo, non si entra nella fede. Si rimane nella sfera religiosa, dentro la quale giocano le immaginazioni e le suggestioni superstiziose. Dio, l’invisibile vivente e presente, non tocca né occupa l’esistenza concreta. Questo vivere faccia a faccia dinanzi al volto del mistero, che incessantemente si svela e si nasconde, costituisce l’esperienza radicale di ogni fede. Diviene insieme preghiera, contemplazione, conversione: vuol dire porsi alla sorgente del proprio essere, dove «c’è la fonte di un’acqua zampillante a vita eterna» (Giovanni 4, 14). A questa profondità spirituale la luce della Verità ci rivela il nostro nome unico, il nostro unico volto, la nostra unica immagine che riflette e manifesta il volto del Padre. Così nasce e cresce «l’uomo nuovo, non nato da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo» (Giovanni 1, 13). Solo quando si incontra Dio «a tu per tu» si entra in quella novità radicale che costruisce il «noi», perché si creano e si stabiliscono con tutti gli altri uomini rapporti e incontri in uno stile che va oltre la logica del sangue e degli istinti, degli interessi, degli egoismi, delle convenienze. La solitudine interiore matura e delinea la struttura e la fisionomia personale di ogni spiritualità, perciò è la condizione indispensabile per uscire dall'anonimato e non proliferare « gruppi anonimi », anche se orpellati di cultura teologica, di estetismo liturgico, di raffinatezze spiritualistiche. Perché è una solitudine carica di vita che «morde» la vita. Mette in questione le «clausure» dell’individualismo, egocentrico e indifferente: provoca le soddisfazioni dell’io e le fughe dall'io, aiutando così a scoprire e a rispettare quel bisogno di solitudine che è l’unica difesa dall'isolamento e dalla superficialità quotidiana. Sorgono allora e possono durare le vere amicizie, senza complicità e senza ipocrisie, perché, nella luce di Dio, si denudano la radice di ogni esistenza e gli sbocchi di ogni esperienza e insieme si percorrono le strade della propria liberazione umana.



Cari confratelli, abbracciamo la solitudine e abbandoniamo ogni isolamento.


Facciamoci liberare dal Signore per essere a nostra volta liberatori di umanità in un periodo in cui la paura è il peggiore virus che minaccia la nostra società. Facciamoci liberare per essere liberatori nella fede, del popolo di Dio che ci è affidato. Dio, che non ha disdegnato di farsi creatura fragile come noi ci sperimentiamo fragili oggi, vuole la nostra mediazione umana per rendere visibile il destino a cui siamo chiamati.


Coraggio, facciamo Quaresima e non una quarantena interiore, perché il Signore ci trovi pronti “con i sandali ai piedi e i fianchi cinti” (cf. Es 12,1-18) per farci fare Pasqua.

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