I resti del Dieselgate: le macerie di uno scandalo

April 6, 2017

Uno sguardo a volo d'aquila

 

È il 18 settembre 2015 quando sulle scrivanie della divisione americana della Volkswagen arriva un documento di 6 pagine che ha l’effetto di un terremoto: il gruppo automobilistico tedesco è accusato di utilizzare software e dispositivi per eludere i test d’inquinamento. L’EPA, l’ente per la protezione ambientale americano, ha dato un ultimatum al gruppo diretto da Martin Winterkorn: dovrà spiegare perché i valori non corrispondono a quelli dichiarati, altrimenti perderà il diritto alla certificazione ambientale. Che significa di fatto uscire dal mercato americano. Oggi dopo due anni Sono state da poco rese disponibili le immagini dell'operazione di buyback della Volkswagen in USA: la ditta tedesca si è vista costretta a ricomprare le auto "truccate" con il suo motore TDI 2.0 che supera le emissioni ritenute lecite dalle norme ambientali USA.

Ecco per la prima volta visibili le macerie di questo scandalo:

 

 

Per comprendere il problema

 

In generale tutti i costruttori omologano consumi ed emissioni delle loro automobili attraverso test del motore sui banchi prova in laboratorio. Queste prove danno risultati molto diversi rispetto alle condizioni di guida di tutti giorni: in certi casi i consumi reali sono superiori anche del 30%. Nelle prove effettuate dall’EPA su un campione di modelli Volkswagen a gasolio prodotti fra il 2009 e il 2015, però, sono stati trovati anche i cosidetti defeat device: pezzi di software in grado di modificare i parametri della centralina che controlla la carburazione, intervenendo sul motore.

In tal modo si limitano al minimo le emissioni di ossido di azoto quando il veicolo viene sottoposto a un test di controllo; quando la vettura torna su strada, invece, la centralina torna a funzionare normalmente, con emissioni fra le 10 e le 40 volte superiori ai livelli consentiti dalla legge. Il programma elettronico – rivela il dossier – conteneva algoritmi sofisticati ed è stato creato dalla stessa Volkswagen. Ecco perché il numero uno Martin Winterkorn ha ammesso dopo 24 ore l’esistenza del trucco, avviando un audit interno.

Le richieste di spiegazioni si moltiplicano in tutto il mondo. La Francia ha sollecitato un’inchiesta «a livello europeo» per «tranquillizzare» i cittadini e anche controllare le altre case automobilistiche europee, ha dichiarato il ministro delle Finanze, Michel Sapin, parlando all’emittente Europe 1. I controlli, secondo Sapin, dovrebbero essere condotti sul territorio europeo, poiché sia il mercato sia le regole sono europee. Soprattutto, ha insistito, l’inquinamento atmosferico è una questione «molto importante» e bisogna evitare che la gente «sia avvelenata».

In Australia il dipartimento del governo che gestisce le verifiche ambientali ha chiesto alla Volkswagen se anche i veicoli venduti nel paese siano equipaggiati con il software civetta scoperto negli Stati Uniti. Simile richiesta a Seul, dove il ministero dell’Ambiente sudcoreano ha convocato i responsabili del gruppo tedesco per raccogliere informazioni sul caso. Ma non solo. La Corea del Sud ha, infatti, annunciato verifiche su tre dei modelli diesel della casa tedesca prodotti nel 2014 e 2015. Il ministero valuta di richiamare tali veicoli, dopo l’indagine.

 

Un problema etico

 

Al di là dello scandalo e delle ripercussioni finanziarie ed economiche sul gruppo automobilistico, ci sembra doveroso leggere nella vicenda una questione squisitamente etica. Il problema dell’inquinamento (tema assai serio per l’intero globo e quanto mai attuale in questi giorni) è il risultato di una preoccupazione etica di responsabilità ambientale e di cura per la creazione.

Abbiamo ridotto questa istanza, che interroga il nostro agire, a soglie di quantificazione che regolano il nostro produrre. Forse questa sfocatura dal perché al quanto ha prodotto una cancellazione dell’istanza etica: se è solo un problema di valori numerici e non di valori morali… che problema c’è ad aggiustare un po’ le cose?

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