• Paolo Benanti

"Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole" (Gen 11,1): da Babele a Google


Google,il colosso statunitense che controlla l'omonimo motore di ricerca, ha un archivio di librerie di caratteri - font - con più di 800 stili differenti. L'idea è quella di offrire degli strumenti per l'editoria digitali di libero accesso e uso - open -. Tuttavia il font appena rilasciato - il Noto Serif CJK - fa per la prima volta qualcosa di veramente unico: è il primo font che riesce ad essere valido e realmente utilizzabile per scrivere con caratteri cinesi, giapponesi e coreani oltre ai più comuni caratteri latini, cirillici e greci. Uno strumento che sembra riportare l'umanità ai tempi precedenti Babele...

Al di là del provocatorio commento a questa notizia cerchiamo di capire cosa questo significhi e che ricadute potrà avere...

Iniziamo con il notare che la realizzazione di questo font ha richiesto un lavoro di equipe con Adobe, la famosa software house specializzata in grafica e design e con altre cinque aziende specializzate nella realizzazione di font. Il lavoro ha portato alla realizzazione di migliaia di caratteri ognuno corrispondente e perfettamente leggibile per la cultura a cui appartiene. Solo per dare un senso della grandezza un carattere normalmente sviluppato per il nostro alfabeto latino prevede la realizzazione solo di alcune dozzine di caratteri. Inoltre il carattere in questione è un font serif cioè con le grazie, dei piccoli ornamenti tipografici che evidenziano le terminazioni delle lettere e facilitano la lettura dell'utente: un'ulteriore complicazione per i designers. Per essere maggiormente legati alle culture cui fanno riferimenti i caratteri è stata adottato anche un ulteriore accorgimento: rispettando le norme della grafia in cinese i caratteri sono stati disegnati digitalmente con singoli colpi di pennello elettronico mentre in giapponese e coreano, come si usa in queste lingue, in blocchi distinti. Nella presentazione del font Ken Lunde, uno degli esperti linguisti di Adobe, ha sottolineato come non seguire questa differenza avrebbe dato al lettore giapponese o coreano una sensazione di estraneità culturale la testo. I fatto che il font sia composto da circa 7000 differenti caratteri ha sfidato gli autori anche dal punto di vista della dimensione del font stesso: più caratteri equivalgono a maggior volume di dati necessari.

La sorpresa è che il prodotto di tutto questo sforzo sia un font gratuito e liberamente accessibile a tutti. La domanda allora sorge spontanea: perché questo investimento? Se lo scopo non è quello di vendere il font perché spendere tanti soldi e tante risorse?

La risposta alla questione è quanto mai interessante e provocatoria. Lo sviluppo della categoria concettuale di informazione a partire dagli anni Cinquanta è la chiave di comprensione. Oggi possiamo vedere che l’informazione è ciò che fa andare avanti il nostro mondo: il sangue e il combustibile, il principio vitale. Pervade le scienze da capo a piedi, trasformando ogni campo della conoscenza. La teoria dell’informazione in origine era un ponte fra la matematica e l’ingegneria elettrotecnica e da lì fino all’elaborazione elettronica. Quella che in inglese si chiama “computer science” in Europa ha preso il nome di informatique, informatica, Informatik. Ora addirittura anche la biologia è diventata una scienza dell’informazione, in cui si parla di messaggi, istruzioni e codici; i geni incapsulano informazione e abilitano processi per leggerla e scriverla. La vita si diffonde come una rete, il corpo stesso è un elaboratore di informazioni, la memoria ha sede non solo nel cervello ma in ogni cellula. Nessuna meraviglia che la genetica sia fiorita in parallelo con la teoria dell’informazione. Il DNA è la molecola dell’informazione per eccellenza, il più avanzato fra gli elaboratori di messaggi a livello cellulare: un alfabeto e un codice, 6 miliardi di bit per formare un essere umano.

“Al cuore di ogni cosa vivente non è fuoco, non alito caldo, non una ‘scintilla di vita’,” dichiara un teorico dell’evoluzione come Richard Dawkins, “bensì informazione, parole, istruzioni. [...] Se si vuol comprendere la vita, non si pensi a gel e fanghi vibranti e pulsanti, bensì alla tecnologia dell’informazione.”

Allora se oggi tutto è informazione e se Google è sempre più l'azienda egemone di questo continente digitale, se è il controllore di questa infosfera che è condensata in internet, superare le differenze, offrire un font unico per ogni testo che sarà scritto in rete, essere l'autore di un nuovo codice di Ammurabi o della nuova stele di Rosetta non è una perdita di soldi o un regalo fatto alla rete ma un investimento che permetterà al colosso di Mountain View di aumentare e migliorare la sua posizione di dominio. Essere gli autori dello strumento digitale con cui tutte le informazioni del mondo verranno editate ha il sapore di una grande e lungimirante mossa strategica.


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