• Paolo Benanti

Tecnologie della parola: appunti sparsi sulle rivoluzioni contemporanee

In questo tempo di quarantena da più parti si invita superare la distanza fisica condividendo altro.


E allora ecco a seguire degli appunti, cioè un flusso con una serie di riflessioni e informazioni che non ha la pretesa di essere un testo sistematico e coerente (e come tale va preso) su come la tecnologia applicata alla parola cambia e ha cambiato il nostro modo di pensare e vedere il mondo.



Quelli che seguono sono appunti sulle trasformazioni degli orizzonti umani ad opera della nostra attività. Un testo lungo, un longread, (quasi 60.000 caratteri) che vuole essere una sorta di blocco note che lascio aperto al lettore, diciamo la possibilità di vedere cosa c'è nella valigia di un professore mentre ricerca e accumula materiale e pensieri per costruire una lezione, un corso, una visione dell'umano.


Prendetelo così come una possibilità di vicinanza e intimità intellettuale ora che quella fisica è impossibile.


Orizzonti


Paolo Pagani in un suo articolo nota che a chi consideri l’essere umano, anche solo dal punto di vista di una fenomeno- logia fisica – nella postura pienamente eretta che lo caratterizza e nella plasticità dello sguardo –, appare chiaro che questi vive in relazione con un orizzonte: un orizzonte che accoglie e supera le realtà che via via in esso si presentano. Questa capacità di avere un orizzonte (e quindi, di avere un mondo) è ciò che classicamente si dice “intelletto”, e che può anche essere detto “apertura trascendentale”.


Allora noi siamo essere capaci di avere un orizzonte, di avere un mondo mappato con il nostro intelletto. Questo mondo però non è sempre uguale. Abbiamo cambiato orizzonte.


Qui alcuni appunti su come le tecnologie della parola hanno riscritto il nostro orizzonte. Hanno cambiato il nostro mondo. In particolare la nascita della stampa come prima tecnologia ha cambiato il nostro orizzonte. Oggi, poi la rivoluzione dell'informazione sta compiendo lo stesso processo. Proviamo ad addentrarci in questo viaggio.



Le fonti di questo viaggio


Il passaggio dal discorso orale a quello scritto si configura essenzialmente come uno spostamento da un ambito sonoro ad uno spazio visivo. Questo passaggio è stato approfondito da diversi autori. Vediamone alcuni.


È necessario parlare degli effetti della stampa sull'uso dello spazio visivo. uno sguardo anche superficiale al volume di Elizabeth Eisenstein, La rivoluzione inavvertita, mette chiaramente in luce quanto vasti e diversificati essi siano stati.


La Eisenstein mostra dettagliatamente come la stampa permettesse al Rinascimento italiano di divenire europeo e permanente; come fornisse i mezzi alla Riforma protestante e ri-orientasse la pratica religiosa cattolica; come influenzasse lo sviluppo del capitalismo moderno, dando anche impulso all'esplorazione del mondo da parte dell’Europa occidentale; come cambiasse la vita familiare e la politica e, diffondendo la conoscenza in modo fino ad allora inusitato, rendesse conseguibile l’obiettivo dell’alfabetizzazione universale; come permettesse infine la nascita della scienza moderna e mutasse in vari altri modi la vita sociale e intellettuale.

In La Galassia Gutenberg e in Gli strumenti del comunicare, Marshall McLuhan ha attirato l’attenzione su molti dei sottili meccanismi attraverso i qua1i la stampa ha influenzato la coscienza.


George Steiner ha fatto lo stesso in Language and Silence.


Walter J. Ong elenca gli stessi effetti nel quinto capitolo del suo Oralità e scrittura. Le tecniche della parola. Sarà in parte questo il testo che seguiremo come primario in questo viaggio dalla stampa a caratteri mobili fino all'informatica. Per provare a tracciare una mappa del contemporaneo.



L’udito cede il passo alla vista


Sono proprio gli effetti più nascosti sulla coscienza che ci interessano, piuttosto che quelli di tipo sociale, osservabili con meno difficoltà. Per migliaia di anni, l’umanità ha stampato disegni servendosi di superfici incise in vario modo; i Coreani, i Cinesi e i Giapponesi hanno cominciato a «stampare» testi verbali fin dal VII o VIII secolo, usando inizialmente blocchetti di legno incisi a rilievo. Ma ciò che dette alla stampa un impulso determinante fu l’invenzione dei caratteri mobili, e questo avvenne nell'Europa del XV secolo.


La scrittura alfabetica aveva sì suddiviso la parola negli equivalenti spaziali delle unità foniche ma le lettere usate non preesistevano al testo in cui apparivano. Con la stampa a caratteri mobili le cose stanno diversamente: i caratteri tipografici preesistono alle parole che andranno a formare.


La stampa suggerisce che le parole sono cose, più di quanto la scrittura non abbia mai fatto. Come l’alfabeto, anche la stampa alfabetica a caratteri mobili fu un’invenzione unica. Il cinese aveva avuto caratteri mobili, ma non un alfabeto: era una lingua fondamentalmente pittografica. Prima della metà del XV secolo i Coreani e i Turchi Uigur avevano un alfabeto e anche caratteri mobili, ma questi non indicavano lettere separate, bensì intere parole.


La stampa con caratteri alfabetici mobili, ossia l’incisione di ogni lettera su un pezzo diverso di metallo, o carattere tipografico, segnò, anche dal punto di vista psicologico una rottura con l’ordine precedente. Essa introdusse la parola nel processo industriale e la fece diventare una specie di prodotto: la prima catena di montaggio. Una tecnica che, con i vari passaggi stabiliti, produce oggetti complessi identici, fatti di parti sostituibili e che non produce fornelli, scarpe o armi, ma un libro stampato.



Alla fine del XVIII secolo, la rivoluzione industriale non fece che applicare ad altri tipi di manifattura quelle tecniche che gli stampatori usavano già da trecento anni. Nonostante le pretese di molti semiologi strutturalisti, fu la stampa, e non la scrittura, a materializzare· effettivamente la parola e, con essa, l’attività noetica.


L’udito, più che la vista, aveva dominato in modo significativo la conoscenza antica, anche molto tempo dopo l’interiorizzazione della scrittura; nel mondo occidentale.


La cultura manoscritta conservò sempre un margine di oralità. S, Ambrogio di Milano colse questo stato d’animo antico nel suo Commentario a Luca, osservando che (ivi 5): «La vista si può spesso ingannare, l’udito serve come garanzia». Durante il Rinascimento, l’orazione era la composizione orale più spesso insegnata, ed essa rimase implicitamente il modello di ogni discorso, scritto o orale che fosse.


Il materiale scritto era sussidiario all'ascolto, in modi per noi oggi sorprendenti: la scrittura aveva infatti principalmente una funzione di rimando della cultura nel mondo orale, come nelle disputazioni universitarie del Medioevo, nella lettura pubblica di testi letterari e d’altro genere e nella lettura ad alta voce, anche quella solitaria.


Ancora nel XII secolo, almeno in Inghilterra, il controllo dei conti scritti veniva fatto oralmente, facendoli cioè leggere ad alta voce. Abbiamo una prova di tale pratica registrata dal lessico: ancor oggi, in inglese, per la revisione dei conti si usa il termine «auditing», cioè «ascolto», sebbene un contabile lo faccia visivamente. In passato, gli appartenenti ad una cultura con residui di oralità comprendevano meglio anche le cifre se le udivano pronunciare, piuttosto che se le vedevano.



La memorizzazione era incoraggiata e facilitata anche dal fatto che nelle culture manoscritte, ancora tendenzialmente orali, i testi scritti spesso mantenevano lo schema dell’oralità, che ne facilitava il recupero mnestico. I lettori inoltre, di solito, leggevano lentamente e a voce alta o sottovoce, anche quando erano soli, e questo li aiutava a fissare un argomento nella memoria.


La stampa impiegò del tempo per spazzar via l’elaborazione aurale, che continuò per un po’ a dominare il testo visibile, stampato; e questo lo si può vedere nei primi frontespizi dei libri, che oggi ci sembrano incredibilmente irregolari per la loro disattenzione alle unità visive della parola.


Nel XVI secolo, i frontespizi dividevano comunemente, con trattini d’unione, anche le parole più importanti, compreso il nome dell’autore, presentando la prima parte di una parola su di una riga a caratteri grandi, e la seconda a caratteri più piccoli.


Parole irrilevanti potevano essere stampate a caratteri enormi con un risultato spesso esteticamente piacevole dal punto di vista grafico, ma che fa a pugni col nostro attuale senso della testualità. Eppure, è questa la pratica originaria da cui derivò quella nostra attuale; siamo stati noi ad apportate dei cambiamenti; e sono dunque loro a dover essere spiegati.

Perché ci sembra sbagliato il procedimento originario, presumibilmente più «naturale»?



La ragione è che noi percepiamo le parole stampate come unità visive (pur pronunciandole, almeno mentalmente, quando leggiamo), mentre è evidente che nella lettura di un testo alla ricerca del suo significato, il XVI secolo si concentrava meno di noi sull'aspetto visivo della parola e più sul suo suono.


Ogni testo coinvolge vista e udito, ma, mentre noi sentiamo la lettura come un’attività visiva che si converte in suono, nei primi tempi della stampa la si sentiva principalmente come un processo d’ascolto, messo semplicemente in moto dalla vista.


Se voi lettori vi pensaste come ascoltatori delle parole che vedete, nulla vi importerebbe se il testo visibile esteticamente se ne va per i fatti suoi.


Dobbiamo anche ricordare che i manoscritti, prima dell’invenzione della stampa, comunemente raggruppavano le parole, o lasciavano pochissimo spazio fra loro.


Nel mondo del pensiero e dell’espressione, la stampa sostituì dunque il prolungato dominio dell’udito con quello della vista, la cui influenza era iniziata con la scrittura ma che non avrebbe potuto imporsi col suo solo supporto.


La stampa colloca inesorabilmente le parole nello spazio, più di quanto la scrittura non abbia mai fatto; quest’ultima infatti trasferisce solo le parole dal mondo del suono a quello dello spazio visivo, mentre la prima le fissa all'interno di questo spazio.



Nella stampa il controllo della posizione è tutto: «comporre» il carattere manualmente (che è la forma originaria di composizione tipografica) significa collocare a mano dei caratteri già predisposti.


I testi stampati mostrano di essere stati fabbricati a macchina e, se l’organizzazione chirografica dello spazio tende ad essere ornamentale ed ornata, come nella calligrafia, quella tipografica generalmente colpisce per la sua nitidezza e inevitabilità: le righe sono perfettamente regolari, allineate versò destra, tutto appare chiaro anche visivamente, senza l’aiuto delle linee-guida o dei margini che spesso compaiono sui manoscritti. Questo è un mondo di eventi freddi, non umani.


Nell'insieme i testi stampati sono di gran lunga più facili da· leggere di quelli scritti a mano, e gli effetti di questa maggiore leggibilità sono numerosi, compresa una lettura rapida e silenziosa.


Una tale lettura crea rapporti diversi fra il lettore e la voce dell’autore nel testo, e richiede stili di scrittura differenti.


La stampa implica non solo la partecipazione dell’autore alla produzione di una opera, ma anche quella di altri (editore, agente letterario, consulenti editoriali, redattori, ecc.).


Prima e dopo essere passata al loro vaglio, l’opera viene sottoposta ad un’accurata revisione da parte dell’autore, la cui utilità è praticamente sconosciuta alle culture manoscritte.


La cultura manoscritta è orientata verso il produttore, poiché ogni singola copia di un’opera comporta un grande dispendio di tempo da parte del copista.


La stampa è invece orientata verso il consumatore, poiché le singole copie di uno stesso lavoro rappresentano una perdita di tempo molto minore: poche ore passate a rendere più leggibile un testo miglioreranno immediatamente migliaia e migliaia di copie.


Gli effetti della stampa sul pensiero e sullo stile devono ancora essere pienamente compresi e valutati.


Spazio e significato


La scrittura aveva trasferito la parola orale originaria, parlata in uno spazio visivo; la stampa radicò la parola nello spazio in modo ancora più definitivo.



Questo è particolarmente visibile con la nascita degli indici, delle liste e dei dizionari. Le liste raccolgono elementi tra loro attinenti in uno stesso spazio fisico, visivo, mentre la stampa sviluppa un uso ancor più sofisticato di questo spazio, ai fini di una organizzazione visiva e di un efficace recupero.


A questo proposito gli indici sono composizioni di primaria importanza: quelli alfabetici mostrano in modo lampante come le parole si possano liberare dal discorso e andarsi a collocare nello spazio tipografico. I manoscritti possono avere indici alfabetici, ma ciò. accade raramente.


L’indice alfabetico si trova in realtà all’incrocio fra la cultura orale-aurale e quella che si fonda sulla vista. «Indice», dal latino «index», è forma abbreviata per index locorum o index· locorum communium, cioè «indice dei luoghi» o «indice dei luoghi comuni».


La retorica ha fornito i vari loci o «luoghi» o, come li potremmo chiamare, «voci», sotto le quali si possono trovare i vari «argomenti».


In questo nuovo mondo, il libro somiglia più a una cosa che a un’espressione orale, mentre invece la cultura manoscritta lo intendeva ancora come una specie di espressione orale, un accadimento nel corso di una conversazione.


Se manca il frontespizio e manca il titolo, un libro in una cultura manoscritta, pre-tipografica, viene normalmente catalogato in base al suo «incipit», le prime parole del testo (ad esempio il «Padre Nostro», cui ci si riferisce con le prime parole della preghiera, rivelando così un’oralità residua).


Con la stampa fecero la loro comparsa i frontespizi, che sono delle etichette e attestano una mentalità per cui il libro è una sorta di cosa, di oggetto.


Spesso nei manoscritti medievali del mondo occidentale, al posto del frontespizio, il testo vero e proprio cominciava con una osservazione rivolta al lettore, esattamente come· potrebbe iniziare una conversazione tra due persone.


Eredità, questa, delle culture orali poiché, sebbene esse abbiano vari modi per riferirsi ai racconti o ad altre recitazioni tradizionali (le guerre di Troia, i racconti di Mwindo, e cosi’. via), non usano di frequente i titoli come etichette; Omero molto difficilmente avrebbe iniziato a recitare episodi della Iliade annunciando: «L’Iliade».


Libri, contenuti ed etichette


Una volta avvenuta l’interiorizzazione della stampa, il libro cominciò ad essere sentito come una specie d’oggetto che «conteneva» informazioni scientifiche, narrazioni o altro e non più, come avveniva in precedenza, la registrazione di un’espressione orale.

Da un punto di vista fisico, tutti i libri stampati erano uguali, oggetti identici, mentre quelli manoscritti non lo erano, anche se contenevano lo stesso testo.


Ora, grazie alla stampa, due copie di una data opera non ·solo dicevano le stesse cose, ma erano dei duplicati esatti. Ciò invitava alluso delle etichette, e il libro stampato, essendo un oggetto fatto di lettere, naturalmente ebbe un’etichetta in lettere, il frontespizio.


Una superficie significante


Sebbene da secoli fosse conosciuta l’arte di stampare disegni usando superfici incise, soltanto dopo l’invenzione dei caratteri tipografici mobili - verso la metà del XV secolo - si cominciò ad usare sistematicamente la stampa per trasmettere informazioni. I disegni tecnici copiati a mano venivano spesso rovinati nei manoscritti, poiché anche agli artisti più abili può sfuggire l’essenziale di quanto stanno copiando, a meno che non siano con trollati da un esperto nel campo specifico cui si riferiscono le illustrazioni.



La stampa avrebbe potuto risolvere il problema in una cultura manoscritta, poiché già da secoli veniva praticata a fini decorativi. Fare un cliché con il disegno di un trifoglio bianco sarebbe stato senz’altro possibile molto tempo prima dell’invenzione della stampa alfabetica a caratteri mobili e avrebbe fornito proprio ciò che era necessario, una «asserzione visiva riproducibile con esattezza».

Ma la produzione di manoscritti non era congeniale a questo tipo di manifattura: essi venivano prodotti mediante la scrittura manuale, non con parti prè-esistenti. Alla stampa, invece, questa pratica era congeniale: il testo orale veniva riprodotto servendosi di parti pre-esistenti. Un torchio poteva stampare una «asserzione visiva riproducibile con esattezza» tanto facilmente quanto una forma composta da caratteri tipografici.


Una delle conseguenze di questa esatta riproducibilità fu la nascita della scienza moderna. Non che prima non si praticasse l’osservazione esatta. Ma, carattere distintivo della scienza moderna, è l’unione tra osservazione esatta e verbalizzazione esatta, vale a dire, una descrizione verbalmente formulata in modo preciso degli oggetti e dei complessi processi osservati.


La disponibilità di cliché tipografici accurati (inizialmente incisioni su legno, poi ancora più dettagliate su metallo) rese possibile un tal tipo di descrizione. Le tecniche della stampa e della verbalizzazione esatta si dettero vicendevole impulso: il mondo noetico ipervisualizzato che ne derivò, fu qualcosa di completamente nuovo. Gli scrittori dell’antichità e del Medioevo non erano affatto in grado di descrivere con esattezza oggetti complessi, come avverrà invece dopo l’invenzione della stampa, e ancor più in epoca romantica, cioè nell'età della rivoluzione industriale.


È Elizabet Eisenstein a far notare quanto sia difficile oggi immaginare le culture più antiche, in cui relativamente poche persone avevano visto una raffigurazione fisicamente accurata di qualcosa.



Il nuovo mondo noetico, che ebbe inizio quando si fu in grado di riprodurre visivamente un messaggio con esattezza e al tempo stesso di dare una descrizione verbale esatta della realtà fisica, influenzò non solo la scienza ma anche la letteratura.


Lo spazio tipografico


Poiché la superficie visiva aveva assunto un significato impostale dall'esterno, e poiché la stampa controllava non solo la scelta delle parole in un testo, ma anche la loro esatta posizione sulla pagina e il rapporto spaziale reciproco, lo spazio, su un foglio stampato - «spazio bianco», come viene chiamato - assunse una significanza profonda, che conduce direttamente al mondo moderno e post-moderno.


La stampa è in grado di riprodurre, nelle quantità volute e con la massima accuratezza, le liste e i grafici più complessi, e già poco tempo dopo la sua invenzione questi ultimi compaiono nell’insegnamento delle materie accademiche.


Lo spazio tipografico non opera soltanto sull’immaginazione scientifica e filosofica, ma anche su quella letteraria, la quale testimonia alcuni dei complicati modi in cui esso è presente nella psiche. George Herbert usa questo spazio per veicolare significato nei suoi componimenti.

Effetti di portata più ampia


La stampa ebbe, più o meno direttamente, innumerevoli effetti sull’economia cognitiva, la «mentalità» del mondo occidentale. Essa in ultimo allontanò l’antica arte retorica (a base orale) dal nucleo dell’educazione accademica, e incoraggiò e rese possibile un’ampia quantificazione della conoscenza, mediante sia l’analisi matematica sia i grafici e i diagrammi.


La stampa produsse dizionari esaurienti, e alimentò il desiderio di creare norme per la «correttezza» linguistica, desiderio in gran parte derivato da un senso della lingua basato sullo studio del latino colto.


La stampa produsse il clima in cui nacquero i dizionari.



La stampa rappresentò anche un fattore di grandissima importanza nello sviluppo del senso della privacy personale che caratterizza la società moderna. Essa produsse libri più piccoli e più facili da trasportare di quelli delle culture manoscritte stabilendo la dimensione adatta a una lettura solitaria in un angolo tranquillo, a una lettura finalmente silenziosa. Nelle culture manoscritte, e in quelle degli esordi della stampa, la lettura tendeva ad essere una attività sociale, con spesso una persona che leggeva ad un gruppo.


La stampa creò un senso tutto nuovo della proprietà privata delle parole. In una cultura ad oralità primaria, questo senso può esistere per una produzione poetica, ma esso è raro, e di solito indebolito dal condividere con gli altri testi lo stesso insieme di tradizioni, di miti e di temi.


Allontanando le parole dal mondo del suono, dove esse erano nate con lo scopo di creare un attivo scambio umano e relegandole definitivamente su una superficie visiva, o sfruttando in altro modo lo spazio visivo per la gestione della conoscenza, la stampa incoraggiò gli uomini a guardare alla propria coscienza· interiore e alle proprie risorse inconsce sempre più come a delle entità concrete, impersonali e neutrali dal punto di vista religioso.



La stampa fece sì che la mente umana sentisse quanto ella possedeva come collocato in una sorta di spazio mentale inerte.


A questo punto nacque il «pubblico di lettori»: una numerosa clientela personalmente sconosciuta all'autore, ma capace di trattare con alcuni punti di vista più o meno precostituiti


Dopo la tipografia, la rivoluzione dell’informatica


La trasformazione dell’informatica, dell’espressione verbale ha accresciuto quel coinvolgimento della parola nello spazio che era iniziato con la scrittura, e ha contemporaneamente creato una nuova cultura dominata dall'oralità secondaria.


Il nuovo mezzo rafforza l’antico, ma naturalmente lo trasforma poiché alimenta un nuovo stile consapevolmente informale. Vediamo queste trasformazioni.


“… In quell'Impero, l'Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell'impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell'Impero che aveva l’Immensità dell'Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all'Inclemenze del Sole e degl'Inverni. Nei deserti dell'Ovest rimangono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non c’è altra reliquia delle Discipline Geografiche. (Suárez Miranda, Viajes de varones prudentes, libro IV, cap. XIV, Lérida, 1658)”. (Il testo è dall’edizione italiana de Il Saggiatore, 1961).

Iniziamo con una citazione di Borges. Oggi parlare di etica e di informazione, nel mondo dei dati e dell’informazione ubiqua, ci pone di fronte al noto paradosso raccontato da Jorge Luis Borges in un frammento Del rigore della scienza, l’ultimo di Storia universale dell’infamia pubblicato per la prima volta nel 1935. Come sua abitudine, l’autore argentino attribuisce la citazione a un libro che in realtà non esiste.


La lettura che un eticista, di chi si occupa di etica della tecnologia come il sottoscritto, prova a fare è esattamente di questo tipo. Significa chiedersi: “la sintesi di tutto quello che ci stiamo dicendo, la sintesi dell’impatto digitale sul pensiero, non può essere considerata come un passaggio alla mappa?”



Quando, come Occidentali, abbiamo realizzato i primi portolani, cioè le prime mappe che servivano per la navigazione, abbiamo iniziato a supporre che lo spazio fosse tutto uguale e descrivibile nell’interno di alcuni quadrati standard, i reticoli della mappa.


La rivoluzione del digitale, la rivoluzione dell’informazione, io la indicherei con un gioco di parole, come (r)evoluzione, per dire che ci si trova di fronte, contemporaneamente a una evoluzione e ad una rivoluzione. Tutto quello che vorrei suggerire in questa mia lettura può essere di fatto capito come una esplicitazione di questo paradigma (r)evolutivo.


Se questo è l’obiettivo, vi propongo un itinerario che parte un po’ da quello che potremmo trovare iconicamente all’interno della vita di Galileo di Brecht. Ad un certo punto dell’opera teatrale, Galileo è sul palco di fronte alle massime autorità del tempo: il filosofo, il politico e il matematico che fanno questione su quello che Galileo propone. E Galileo ha solo una cosa da dire teatralmente al centro di questo palco: io vi prego guardate. Ecco, guardiamo, e guardare è la descrizione di una trasformazione i cui contorni secondo me possono essere utili per cominciare a pensare eventualmente questa (r)evoluzione del testo.


A partire da qui proviamo a descrivere la trasformazione cui abbiamo assistito. Quando l’informazione era analogica noi approcciavamo e cercavamo l’informazione come se fosse “una cosa”: era scritta su carta o conservata da qualche parte, in un posto logico.


Nel dirvi questo, ho in mente gli schedari categorizzati per soggetto: l’informazione nel suo posto logico poteva essere trovata in uno scaffale, in quello che si poteva chiamare un filesystem, ma soprattutto aveva bisogno di categorie e le categorie erano necessarie per gestire l’informazione. Il fatto che l’informazione fosse connessa alle categorie faceva sì che c’era bisogno di alcuni esperti per poter categorizzare tutto questo.


Questo è già uno degli elementi chiave della trasformazione avvenuta con il digitale. Tuttavia l’informazione era ancora difficile da trovare. Una delle caratteristiche chiave dell’informazione fisica è che era difficile da trovare. Ho in mente il percorso di ricerca che si doveva fare in una biblioteca per passare dalla scheda con le informazioni, al micro-fiche con la riproduzione del giornale cercato per ottenere il materiale, infine che stavo cercando.



A questo punto si potrebbe inserire una cosa molto interessante: in una delle prime vetrine del Museo dell’Olocausto di Washington c’è un’austera macchina nera e beige nel tipico stile anni trenta: è la Hollerith D-11 dell’IBM. Un cartello spiega che, con questo tipo di macchina per schede perforate, fu eseguito, nel 1933, il censimento degli ebrei tedeschi. Per Edwin Black, un giornalista di Washington e figlio di ebrei polacchi sopravvissuti a Treblinka, vedere citata una delle più potenti società di macchine da calcolo statunitensi è stata una rivelazione che ha dato il via a un’impegnativa indagine conclusasi nel volume dal titolo “L'IBM e l'olocausto” in cui si mostra il ruolo della International Business Machines e della sua filiale tedesca Dehomag nella più efficace macchina di sterminio messa a punto dall’umanità.


Grazie al sistema delle schede perforate milioni di uomini, divenuti numeri, potevano essere classificati come ebrei, o come socialmente inutili o come avversari politici del regime, ed essere caricati su treni che, in perfetto orario, li portavano verso i campi di concentramento dove l’organizzazione li smistava verso una morte più o meno rapida. Per Thomas Watson, presidente dell’IBM, e per i suoi collaboratori, consapevoli di quanto stava accadendo, questa era solo una colossale sfida tecnologica, per giunta molto redditizia: furono migliaia le macchine costruite e milioni le schede perforate, monopolio della ditta. Quindi questa informazione fisica accompagna e caratterizza il Novecento: l’Occidente compie uno dei suoi massimi genocidi proprio in forza di un catalogo, di un catalogo ben fatto, fisico, logico, che permette grazie all’ausilio della macchina di disporre di alcune persone come informazioni all’interno di un campo.


Ma la novità dell’informazione ubiqua nasce nello stesso periodo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, laddove Shannon si trova di fronte a una nuova entità, a una nuova comprensione dell’informazione stessa, nasce l’informazione digitale. Citiamo questo non per un mero nozionismo, ma perché se noi non riandiamo alla definizione di informazione rischiamo che ci sfuggano alcune innovazioni che il digitale sta introducendo all’interno della nostra cultura. Shannon si trova di fronte a questa categoria e vuole definire l’informazione. Nel definire l’informazione ricorda quello che gli diceva il suo mentore mentre faceva il dottorato: se vuoi che le persone non capiscano quello di cui stai parlando, se non hai ancora ben chiari quali sono i presupposti filosofici delle cose che stai introducendo, parla di entropia. La fisica del ‘900 è piena di esperimenti mentali, perché non si vede e non si tocca quello di cui si parla e Maxwell per rendere visibile il tema dell’entropia utilizza un celebre esperimento mentale. Maxwell descrive l'esperimento in maniera semplice e facilmente immaginabile: si considerano infatti due contenitori immaginari, A e B, riempiti con un gas identico e alle stesse temperature, posti uno a fianco dell'altro, separati solamente da una piccola botola apribile con cui è possibile mettere in comunicazione i due vani.


Il diavoletto apre la piccola botola quando vede una molecola dirigersi verso questa. Un piccolo diavoletto sta a guardia della botola, mantenendola chiusa e osservando le molecole agitarsi nei due diversi contenitori. Quando una molecola più veloce delle altre si dirige verso la botola, il diavoletto la apre e lascia che la molecola passi dal contenitore A al contenitore B. La velocità media delle molecole in B ne risulta quindi ogni volta aumentata, mentre quella delle molecole in A ne esce diminuita. Come noto, all'aumento della velocità media delle molecole, corrisponde un aumento della temperatura. Pertanto, successivi interventi del diavoletto comportano la diminuzione della temperatura in A, e l'aumento di quella in B: questo è in contraddizione con la seconda legge della termodinamica.


Shannon riprende l’esperimento del fondatore dell’entropia e dice di che cosa ha bisogno il diavoletto di Maxwell? Ha bisogno di una differenza sulle molecole che faccia la differenza. Quella differenza è un bit di informazione, per cui se è uno la molecola passa, se è zero la molecola non passa. E allora l’informazione si comprende come l’opposto dell’entropia, il dato si connette al rumore. Ma se la comprensione di fondo è dato e rumore, cioè un’unità indistinguibile entropia ordine e oggi parliamo di testo all’interno di un concetto di informazione è evidente che stiamo introducendo questioni di entropia, di ordine, di dato e di rumore.


Abbiamo delle categorie in un momento in cui il mondo dell’informazione richiede di essere compreso filosoficamente. Allora il testo diventa uno strumento, ed è una anche delle conclusioni a cui vorrei arrivare, che non è più un oggetto, diventa un soggetto, e diventa un soggetto in un momento di conoscenza. La vera scommessa secondo me sta qua. Il digitale ci obbliga a ripensare quelli che avevamo come se fossero degli assunti sull’informazione, cioè quell’informazione che prima era fisica ora ci accorgiamo che era fondata su delle assunzioni valide solo per un’informazione che è depositata su carta, che è materializzata. Perché l’informazione digitale non ha forme fisiche non ha forme materiali: questo è il risultato di questa (r)evoluzione.



L’idea dell’informazione e della digitalizzazione ci obbliga a ripensare a categorie mentali che prima avevano una chiara presa sulla realtà e che oggi sembrano diventare molto meno capaci di descriverla.


Inoltre, l’avvento del digitale ci dice che si deve e si può ripensare l’informazione perché questa va oltre i limiti fisici. Che cosa vuol dire oggi che esiste qualcosa? Oggi qualcosa esiste perché è interagibile. E allora esistere per il testo, nell’epoca dell’informazione, avrà a che fare con l’interagibilità.


Tutto questo va applicato oggi al tempo del web: Cosa è accaduto all’informazione, al digitale, con internet, con questo servizio specifico che è il world wide web.


Il world wide web è una rete e in quanto rete non ha un top, non ha un vertice, non ha un sopra, non ha uno spazio, come il portolano, come lo spazio assoluto, e i primi siti che noi ricordiamo (le prime webografie) ancora imitano un’informazione che è fisica, un’informazione in scaffali, e ancora usano categorie tradizionali.


La prima di catalogazione del Web fatta da Yahoo divideva il mondo in categorie. Poi abbiamo dovuto imparare a gestire queste ‘cose’ senza limiti fisici e questo ha sfidato le nostre assunzioni di fondo e secondo me, l’epoca in cui ci troviamo è un’epoca che non ha fatto questo guardo. Un’epoca in cui le nuove assunzioni di fondo non sono arrivate ancora ad essere divise e condivisibili in una nuova comprensione della realtà.


Non sono necessarie categorie fisiche e organiche, soprattutto con l’avvento di Google per trovare gli elementi, perché ogni parola diventa una keyword, e se ogni parola diventa una keyword questa è una sfida profonda a un modo precedente di catalogare, di dare un vertice e di dare anche un ordine semantico ma, siccome parliamo di essere umani e di esseri umani in relazioni con la tecnologia, l’effetto di tutto questo è l’effetto sugli utenti.


A questo punto voglio raccontarvi una storia di 70.000 anni fa. Noi siamo l’unica specie biologica che ha compiuto qualcosa che nessun’altra specie biologica ha mai compiuto: abbiamo cambiato il nostro habitat. Quando un mammut dalla steppa siberiana ha voluto spostarsi in Asia o in Africa ha dovuto aspettare una discendenza senza la folta pelliccia, elefante indiano vs elefante africano. Quando 70.000 anni fa, ci hanno detto gli antropologi, ci siamo spostati dall’Africa in ogni latitutine e longitudine, le migrazioni sono cosa antica, non abbiamo aspettato un figlio hipster, qualcuno dalla folta pelliccia, ma in realtà ci siamo vestiti della pelliccia del mammut. Laddove gli altri esseri biologici hanno tutte le loro competenze all’interno del DNA, noi modifichiamo la realtà e noi stessi con l’artefatto tecnologico e trasmettiamo le competenze sul mondo tramite l’artefatto tecnologico.

Se questa è la condizione di fatto antropologica della relazione alla realtà, che è una condizione tecno-umana, parlare di testo come artefatto tecnologico è parlare di qualcosa che radicalmente si inserisce a questo livello.



Quindi non può essere un mero outcome processuale, ma deve essere qualcosa che in qualche misura riflette la consapevolezza e la trasmissione di qualcosa che vogliamo fare alle generazioni seguenti. È un’operazione di altissimo profilo antropologico perché ripensare il testo significa ripensare il dislocarsi dell’abitare umano all’interno delle conoscenze e all’interno di queste nella storia e nel tempo.


Se questo è il livello antropologico allora la domanda radicale è cosa hanno prodotto il digitale e l’informazione del world wide web sull’utente, cioè sulla parte umana, non sul testo in sé o sulle informazioni ma su chi lo utilizza, perché è questo il luogo da andare a investigare per ripensare questo testo. La prima questione è che non esiste più uno scaffale. Se il testo, scaffolding reality, ora ci sono dei link e con un link la stessa informazione è connessa più volte all’interno di un ipertesto e si crea un numero grandissimo di informa informazioni ad opera degli utenti. Cambia qualcosa, cambia chi è il creatore. Il creatore dell’informazione è un utente non è esperto e se l’utente non è esperto abbiamo un’omogeneità teoretica con valore diverso al suo interno. Così come quando abbiamo cambiato la visione della realtà e dello spazio da qualitativa a quantitativa abbiamo una quantità enorme con valore molto diverso.


Volendo fare un percorso di storia dell’informazione e dell’idea che c’è dietro questo concetto, l’enciclopedia britannica ha dovuto affrontare un problema serio e ampiamente discusso, quello di limitare il numero di voci, perché la stampa di un numero di voci comportava dei costi, comportava dei limiti tecnologici e quindi le voci andavano scelte. Wikipedia già ormai 5 anni fa aveva solo nella versione inglese 15 volte il numero le voci dell’enciclopedia britannica. Questa è una cosa che ci interroga e interroga l’utente, interroga sull’effetto che ha sull’umano, l’idea che possiamo registrare tutto e che differenza c’è tra registrare e catalogare?



Che differenza c’è tra l’abitare il testo e il conoscere? Che differenza succede con la registrazione di questa mappa? Questa idea porta però a un’altra conseguenza, sempre dal lato utente non esiste un abitare neutro, non esiste un abitare senza confini. E allora nasce una cosa diversa rispetto al catalogo con valore di cui siamo eredi, nasce quello che potremmo definire il tag. Il tag non è altro che attribuire una parola che vuole provare a descrivere questa informazione autoprodotta. Ed ecco che con tre tag su un’informazione autoprodotta quella informazione esiste (per quello che vuol dire ‘esistere’) in tre posti (per quello che vuol dire ‘posti’) differenti.


C’è un nuovo modo radicale di comprendere e organizzare la realtà. Non esistono più categorie confini e limiti, esiste una nuova mappa di questo nuovo territorio digitale che ha delle nuove caratteristiche da studiare, in cui l’isotropo capito come unito è la semplice esistenza del dato. Ma se la mappa è un’espressione del dato dobbiamo chiederci se non stiamo sotto una sorta di utopia irrealizzabile di creare una mappa che è l’esatta copia della realtà. Quando il testo sarà l’esatta copia della biblioteca che cosa accade? Perché la tendenza potrebbe essere questa. E in questa idea tutto è miscellanea.


L’informazione è il bit, addirittura internet nasce con la neutralità, con questa premessa che tutto è uguale e la connessione vale solo perché è connessione indipendentemente dalla qualità.


È a questo punto che racconterei la storia di Abraham Wald e dei fori di proiettile mancanti.

La storia, come molte storie della Seconda guerra mondiale, inizia con i nazisti che costringono un ebreo a fuggire dall’Europa e termina con i nazisti che rimpiangono di averlo fatto. Abraham Wald nacque nel 1902 in quella che allora era la città di Klausenburg, in quello che allora era l’Impero austroungarico. Quando Wald raggiunse l’adolescenza una guerra mondiale era ormai andata in archivio e la sua città natale era diventata Cluj, in Romania.



Abraham era nipote di un rabbino e figlio di un fornaio kosher, ma il più giovane degli Wald fu fin da subito un matematico. Il suo talento per la disciplina fu riconosciuto molto presto e gli valse un’ammissione all’università di Vienna, dove fu sedotto da argomenti astratti e reconditi persino per gli standard della matematica pura: la teoria degli insiemi e gli spazi metrici.

Tuttavia, quando Wald terminò gli studi a metà degli anni Trenta, l’Austria si trovava in un periodo di grave crisi economica e le possibilità che uno straniero fosse assunto come professore a Vienna erano nulle.


A salvare Wald fu un’offerta di lavoro che ricevette da Oskar Morgenstern. In seguito, Morgenstern sarebbe emigrato negli Stati Uniti, dove avrebbe contribuito a inventare la teoria dei giochi, ma nel 1933, in qualità di direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche, egli assunse Wald offrendogli un piccolo stipendio in cambio di occasionali incarichi matematici. Per Wald accettare la proposta di Morgenstern fu una mossa azzeccata: l’esperienza che maturò in campo economico gli valse l’offerta di un posto alla Cowles Commission, un istituto economico che all’epoca aveva sede a Colorado Springs. Sebbene la situazione politica in Austria continuasse a peggiorare, Wald era tuttavia riluttante a compiere un passo che l’avrebbe allontanato per sempre dalla matematica pura. Fu l’annessione nazista dell’Austria a rendergli notevolmente più facile la decisione di trasferirsi in America. Dopo che ebbe trascorso pochi mesi in Colorado, si vide offrire una cattedra in statistica alla Columbia University; Wald fece di nuovo i bagagli e si trasferì a New York.

Fu da lì che combatté la guerra.


Il Gruppo di ricerche statistiche (SRG), in cui Wald passò gran parte della Seconda guerra mondiale, era un programma segreto che metteva la potenza congiunta degli statistici statunitensi al servizio dello sforzo bellico, un po’ come il Manhattan Project, con la differenza che le armi create dal gruppo non erano esplosivi ma equazioni, e che la sede dell’SRG era effettivamente a Manhattan, al 401 West della 118ma Strada, nel quartiere di Morningside Heights, ad appena un isolato dalla Columbia University.


Oggi l’edificio ospita appartamenti per i membri della facoltà della Columbia e alcuni studi medici, ma nel 1943 era il centro nevralgico della matematica di guerra, crepitante d’attività. C’era il Gruppo di matematica applicata della Columbia, dove decine di giovani donne chine su calcolatrici da tavolo Marchant ricavavano formule della curva ottimale che un caccia avrebbe dovuto descrivere nell’aria per tenere nel mirino un apparecchio nemico. In un altro locale, una squadra di ricercatori di Princeton elaborava protocolli per bombardamenti strategici. E il team della Columbia che partecipava al progetto della bomba atomica era proprio lì accanto.



Ma l’SRG era il più dinamico, e in definitiva il più influente, di tutti questi gruppi. L’atmosfera che vi si respirava era una combinazione dell’apertura mentale e dell’intensità intellettuale di un dipartimento universitario e di quel senso condiviso di risolutezza che si realizza solo quando la posta in gioco è alta. «Quando facevamo delle raccomandazioni» scrisse in seguito W. Allen Wallis, che ne era il direttore, «le conseguenze erano spesso concrete. Gli aerei da caccia entravano in combattimento con le mitragliatrici caricate in base alle raccomandazioni di Jack Wolfowitz sull’opportunità di mischiare munizioni di tipo diverso, e poteva darsi che i piloti tornassero oppure no. Gli aeroplani della Marina lanciavano razzi i cui propellenti erano stati approvati sulla base dei progetti di collaudo per campione elaborati da Abe Girshick, e poteva darsi che i razzi esplodessero distruggendo i nostri stessi apparecchi oppure che distruggessero il bersaglio».


Il talento matematico era pari alla gravità del compito. Per citare le parole di Wallis, l’SRG era «il gruppo di statistici più straordinario che si fosse mai allestito, tenendo conto sia del numero sia della qualità dei suoi componenti». Ne facevano parte Frederick Mosteller, che in seguito avrebbe fondato il dipartimento di statistica di Harvard, e Leonard Jimmie Savage, pioniere della teoria delle decisioni e grande sostenitore della disciplina che avrebbe assunto il nome di statistica bayesiana. Era un gruppo in cui Milton Friedman, futuro Nobel per l’economia, era spesso al quarto posto per brillantezza tra i presenti.


La persona più brillante era in genere Abraham Wald.


Wald era stato insegnante di Allen Wallis alla Columbia e aveva il ruolo di una sorta di eminenza matematica per il gruppo. Essendo ancora un «cittadino straniero di un paese nemico», tecnicamente non gli era consentito di visionare i rapporti secretati che egli stesso produceva: la battuta che girava sull’SRG era che le segretarie avevano l’obbligo di strappargli ogni foglio di carta dalle mani non appena l’avesse riempito. In un certo senso la sua partecipazione all’attività dell’SRG era poco verosimile. Da sempre Wald era incline all’astrazione e rifuggiva dalle applicazioni dirette della teoria, ma aveva motivazioni ovvie per usare il proprio talento contro le potenze dell’Asse. E quando avevi bisogno di tradurre un’idea vaga in solida matematica, Wald era la persona che desideravi avere al tuo fianco.

Adesso veniamo al problema che vogliamo esaminare. Siccome non volete che i vostri apparecchi vengano abbattuti dai caccia nemici, li corazzate. Ma le armature rendono un aeroplano più pesante, e aeroplani più pesanti sono meno manovrabili e consumano più carburante. Insomma, corazzare troppo gli aeroplani costituisce un problema; corazzarli troppo poco costituisce a sua volta un problema. Da qualche parte tra questi due estremi c’è una scelta ottimale. La ragione per cui avete relegato un team di matematici in un appartamento di New York City è stabilire dove cada questa scelta ottimale.


I militari fornirono all’SRG alcuni dati che ritenevano potessero essere utili. Gli apparecchi americani che tornavano dai combattimenti nei cieli d’Europa erano crivellati di proiettili, ma i danni non erano distribuiti in modo uniforme sui velivoli. I fori di proiettile nella fusoliera erano più numerosi di quelli nei motori.


In questi dati gli ufficiali dell’esercito vedevano l’opportunità di compiere una scelta efficiente: è possibile ottenere lo stesso livello di protezione utilizzando una minor corazzatura se si concentrano le protezioni sulle parti in cui ce n’è più bisogno, ovvero nelle zone in cui velivoli vengono colpiti più spesso. Ma, esattamente, quanto maggiore avrebbe dovuto essere la corazzatura in quelle parti più bersagliate degli aerei? È per ottenere una risposta a questa domanda che gli ufficiali si erano rivolti a Wald. Non fu la risposta che ricevettero.


La corazzatura, disse loro Wald, non va dove ci sono i fori di proiettile. Va dove non ci sono i fori di proiettile: sui motori.


L’intuizione di Wald consisteva nel porsi una semplice domanda: dov’erano i fori mancanti? Dov’erano quei fori di proiettile che avrebbero dovuto trovarsi sul carter del motore se i danni fossero stati distribuiti uniformemente sull’intero velivolo? Wald era sicuro di conoscere la risposta. I fori di proiettile mancanti si trovavano sugli aerei abbattuti. La ragione per cui gli aerei tornavano con un minor numero di colpi al motore era che gli aerei colpiti al motore non tornavano. D’altra parte, il gran numero di apparecchi che facevano ritorno alla base con la fusoliera ridotta a un colabrodo era una prova decisamente convincente del fatto che i colpi alla fusoliera potevano (e perciò avrebbero dovuto) essere tollerati. Se andate nella sala di rianimazione di un ospedale, vi troverete molte più persone con ferite di proiettile alle gambe che non al petto. Ciò, tuttavia, non è dovuto al fatto che la gente non venga colpita al petto, quanto piuttosto al fatto chela gente che viene colpita al petto spesso non ce la fa.



C’è un vecchio trucco matematico che rende il quadro perfettamente chiaro: assegnare ad alcune variabili un valore pari a zero. Nel nostro caso la variabile su cui intervenire è la probabilità che un apparecchio colpito da un proiettile al motore riesca a restare in aria. Porre tale probabilità pari a zero equivale ad affermare che un singolo colpo al motore garantisce che l’aereo sia abbattuto.


Come si presenterebbero i dati se le cose stessero così? Avremmo aeroplani che tornano alla base con fori di proiettile su tutte le ali, la fusoliera, il muso, ma nemmeno un foro sul motore. L’analista militare ha due opzioni per spiegare questo fatto: o i proiettili tedeschi colpiscono tutte le parti degli aerei tranne una, oppure il motore è un punto di assoluta vulnerabilità. Entrambe le ipotesi giustificano i dati, ma la seconda è molto più logica. La corazzatura va messa dove non ci sono fori di proiettile.


Questa lunga storia per dire che c’è una differenza fondamentale tra dato e informazione e che il dato che è pari a zero non vuol dire che non porti un’informazione.

Il testo nell’era dell’informazione diffusa e ubiqua è quell’opera di senso che non si schiaccia sul dato che c’è ma dà un senso laddove il dato non c’è e dà un senso che diventa conoscenza nell’impatto con chi del catalogo è utilizzatore. Allora dire che c’è una differenza tra dato, informazione e conoscenza è un effetto di una filosofia dell’informazione è quella che deve essere il salto qualitativo in questo cyberspazio che è omologo e identico a se stesso in ogni latitudine e longitudine.


Quello che dobbiamo riconoscere è che non stiamo parlando solo di tecniche nuove ma stiamo parlando di un mutamento radicale dell’idea stessa dell’ordine. Accade che se prima noi trovavamo le informazioni, oggi le informazioni trovano noi perché in questa operazione del testo si è inserito un nuovo soggetto, una nuova expertise, che si chiama algoritmo.


Non accade più in un vuoto senza attori ma c’è un nuovo attore invisibile ma efficace che si chiama algoritmo che produce una connessione tra l’utente e una serie di dati e di informazioni. Più l’algoritmo diventa intelligente, più l’algoritmo diventa capace di selezionare in un diluvio di informazioni, più l’algoritmo è lo strumento di discrezione e qualità, più dobbiamo chiederci qual è il risultato sulla conoscenza. Ad esempio, in una biblioteca universitaria avevano messo un nuovo sistema che oltre al testo tradizionale faceva comparire la nuvola delle cose più ricercate e delle cose più cercate, è stata mossa una critica poiché questo sistema tende a creare un inconscio collettivo, viene detto all’algoritmo che quello che è più cercato ha più valore e compare prima. Tra vent’anni verranno fatte ricerche sul perché si studiavano tutti quei testi e se ne ignoravano altri.


C’è un nuovo attore. Che tipo di attore vogliamo introdurre, cioè che tipo di algoritmo vogliamo introdurre all’interno di questa nuova definizione del testo? Questa è la domanda che si pone un eticista perché c’è un effetto sull’utente e la domanda è radicale soprattutto nel momento in cui ci vogliamo associare ad altri platform, ad altre base di dati che contengono degli algoritmi, che contengono già degli attori sociali che oggi si comportano come black box, e comportandosi come black box si sottraggono al controllo di chi del testo dovrebbe avere il controllo e questa è una questione radicale da discutere, da dire in che senso è tollerabile e da dire in che senso non è tollerabile, sapendo che ci troviamo di fronte a un’esplosione e a un diluvio.


Per concludere questa galoppata all’interno di questa informazione ubiqua, mi chiedo se il testo oggetto, il libro o il bene culturale oggetto, non sia chiamato a diventare soggetto.



Se il modello precedente era quello dello scaffolding, cioè di mettere in uno scaffale, ‘scaffalare’ quello che era il bene culturale, quella che era l’informazione, oggi se questo assume una vita propria in funzione della digitalizzazione e dell’algoritmo, forse dovremmo passare ad un altro concetto che è l’envelope, un concetto che avviene soprattutto nell’ingegneria dei processi con l’IoT.


La macchina, il robot funziona se è come un pesce che nuota nella sua acqua, dove la sua acqua sono i dati, le informazioni che altri device e sensori IoT producono. In una catena robotizzata l’uomo viene tenuto fuori da lontano perché il robot ha bisogno del suo envelope. Allora un testo oggetto che diventa soggetto ci può far pensare qual è l’envelope da mettere attorno, qual è questa produzione di dati che consente a questo soggetto di muoversi, crescere e agire.


Questo cambio di prospettiva è un cambio che porta da una staticità del Donizetti, da una staticità del Don Giovanni a una pro-attività, al fatto che quel soggetto diventi un nuovo soggetto, un nuovo operatore di cultura nel contesto italiano o nel contesto a cui si riferisce. C’è in ballo qualcosa di grande che risponde anche a quei toni molto preoccupanti, la differenza tra la papera e il fono di cui ci è stato parlato questa mattina.


Allora trasformiamo questo oggetto in un soggetto, capiamo non più lo scaffonlding, capiamo l’envelope che dobbiamo dare ai nostri oggetti culturali perché questo testo possa vivere e operare con loro. Due precisazioni, la prima la prendo da un esempio, abbiamo sentito parlare di delle mappe e dei navigatori, delle grandi piattaforme che vivono dei nostri dati. Qualcuno di voi ricorderà il Tom Tom. Tom Tom costava 100 euro all’anno, perché google map è gratis?


Perché la monetarizzazione avviene, lo scambio di accordo tra noi e google map tra i dati che noi lasciamo a google map. Nel momento in cui se non c’è un prodotto sei tu il prodotto questo significa che tu produci ricchezza in cambio di questi servizi. Nella misura in cui anche il patrimonio culturale entra all’interno di servizi gratis che dati produciamo, che cosa produciamo per tutto questo, che cosa rendiamo datificabile dell’indatificabile, per esempio tutto il comportamento delle persone nei confronti di alcuni oggetti culturali e questo permette una profilazione migliore e sartoriale per chi vuole usare quei dati per vendere per fare business per fare altro.


Tornando a Watson, il prodigio di Watson è che lui ha vinto a un gioco in cui non si devono dare delle risposte ma si devono indovinare le domande. Se noi diamo tutti questi dati che produciamo nell’uso e nella produzione del testo a un sistema cognitivo quello è in grado di suggerirci quali sono le domande le domande culturali le domande di informazioni, le domande che muovono gli utenti dietro questo processo.



Questo può essere un approccio radicalmente diverso e proattivo, basti pensare semplicemente a gestire un’esposizione di alcune collezioni del patrimonio culturale attraverso un processo di questo tipo che passa attraverso il testo. È una sorta di rivoluzione copernicana, che potrebbe come la rivoluzione copernicana (sapete Freud parlava delle tre ferite al nostro narcisismo, una era quella che pensavamo di essere al centro dell’universo e poi ci siamo resi conto di essere una marginalità dell’universo, ecco pensavamo di essere il centro della cultura, potremmo scoprirci una marginalità ma con una nuova potenzialità, questa nuova potenzialità è quella di mettere dei sistemi cognitivi che rendano non solo trovabile e fruibile ma anche capace di esprimere un ulteriorità culturale o di venire incontro ad alcune necessità culturali delle persone che interagiscono e qui entra la nuova grande categoria che va mutuata dalle scienze digitali che è la user experience. La user experience è una nuova disciplina che studia la qualità di interazione tra l’uomo e la macchina, definendola secondo alcuni valori che sono valori progettuali.


Il testo nell’era che stiamo per affrontare deve fondarsi su una user experience perché sono solo una progettazione tramite user experience che dà a quel soggetto una capacità anche di toccare la formazione del soggetto umano che entra in contatto con lui. La domanda è a questo punto chi crea i contenuti del testo? Perché è interessante che noi possiamo registrare come c’è stato detto anche tutte le interazioni tramite testo.


Concludo con una provocazione, forse il testo è veramente un meta-testo che fornisce una meta-conoscenza che diventa oggetto di studio in sé, che contiene al suo interno e nei suoi dati tutta una serie di conoscenze e knowledge che ci consentono di fare un passo avanti nella comprensione anche di cos'è cultura.

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