AI razziste? Google e i toni della pelle
Dopo il licenziamento nel 2020 di Timnit Gebru responsabile del team Ethical AI di Google/Alphabet numerose critiche da diverse associazioni per l'inclusione sociale e numerosi ricercatori nel campo dell'AI hanno lasciato il colosso di Mountain View. La scorsa settimana in un annuncio alla annuale conferenza I/O per gli sviluppatori, Google ha detto che un nuovo sistema con dieci toni della pelle rimodelleranno l'approccio dell'azienda all'IA. Per anni l'industria tecnologica si è affidata a una scala di sei tonalità per classificare i toni della pelle. L'alternativa open source del gigante della ricerca potrebbe cambiare le cose. Ma basterà del codice a compensare le ingiustizie? La brutta vicenda del licenziamento di Gebru e le ombre che ne derivano sono problemi solo di software o di cultura aziendale?
Uno dei problemi che affligge le intelligenze artificiali sono degli errori sistematici di valutazione che possono produrre giudizi sulle persone assimilabili a dei veri e propri pregiudizi umani. La macchina formula una decisione non per parametri significativi come, per esempio, i titoli di studio, i dati sanitari o il reddito ma per elementi pregiudizievoli come il sesso, la zona di residenza, la nazionalità.

Questi errori, in inglese bias, possono portare a delle vere e proprie forme di ingiustizia sociale se non previsti e controllati. In particolare, un errore particolarmente grave, per la lunga storia di razzismo dei secoli passati, è quello connesso al colore della pelle. Per anni le aziende tecnologiche si sono affidate alla cosiddetta scala Fitzpatrick per classificare i toni della pelle per i loro algoritmi di visione computerizzata. Progettato originariamente per i dermatologi negli anni '70, il sistema comprende solo sei tonalità di pelle, una possibile causa dei ben documentati fallimenti dell'intelligenza artificiale nell'identificazione delle persone di colore.
La scorsa settimana Google ha annunciato che sta iniziando a incorporare uno standard di dieci toni di pelle in tutti i suoi prodotti, chiamato scala Monk Skin Tone (MST), da Google Search Images a Google Photos e oltre. Questo sviluppo ha il potenziale di ridurre i bias nei set di dati utilizzati per addestrare l'intelligenza artificiale in qualsiasi ambito, dall'assistenza sanitaria alla moderazione dei contenuti.

Google ha segnalato per la prima volta l'intenzione di andare oltre la scala Fitzpatrick lo scorso anno. Internamente, il progetto risale a uno sforzo dell'estate 2020 di quattro donne di colore di Google per far sì che l'IA "funzioni meglio per le persone di colore", secondo un thread su Twitter di Xango Eyeé, product manager responsabile dell'IA dell'azienda. Alla conferenza Google I/O di quest’anno, svoltasi nella seconda settimana di maggio, l'azienda ha illustrato l'impatto che il nuovo sistema potrebbe avere sui suoi numerosi prodotti. Google renderà inoltre open source l'MST, il che significa che potrebbe sostituire Fitzpatrick come standard industriale per la valutazione della correttezza delle telecamere e dei sistemi di visione computerizzata.
Se Google dovesse adottare la scala dei dieci toni della pelle in tutte le sue linee di prodotti, ciò potrebbe avere implicazioni per una valutazione equa degli algoritmi utilizzati nei risultati di ricerca di Google, negli smartphone Pixel, negli algoritmi di classificazione di YouTube, nelle auto a guida autonoma Waymo e altro ancora.

La scala cromatica codificata fino ad oggi nella tecnologia può portare a risultati poco dignitosi per le persone con la pelle scura, come ad esempio Google Foto che etichetta erroneamente le foto di persone di colore come gorilla, distributori di sapone razzisti e immagini stereotipate generate automaticamente. Un algoritmo sviluppato da Google per identificare le lesioni non includeva le persone con la pelle scura. È stato riscontrato che i sistemi di guida autonoma identificano le persone con la pelle scura in modo molto meno affidabile rispetto a quelle con la pelle bianca. La cosa più famosa è che un documento di ricerca del 2018, di cui è stato coautore l'ex responsabile del team Ethical AI Timnit Gebru, ha concluso che gli algoritmi di riconoscimento facciale realizzati dalle principali aziende hanno avuto risultati peggiori sulle donne con la pelle scura, un lavoro dettagliato nel documentario Coded Bias.

Dopo il licenziamento di Gebru da parte di Google alla fine del 2020, i gruppi Black in AI e Queer in AI si sono impegnati a non ricevere più fondi da Google e il rapporto sulla diversità dell'azienda del 2021 ha rilevato che i tassi di abbandono sono più alti tra le donne nere e native americane.
Non sappiamo se la scala di Monk produrrà gli effetti sperati nel software, quello che ci auguriamo è che l’eradicazione dei pregiudizi dal cuore dell’uomo non sia mai un compito delegato alla macchina ma passi da un impegno educativo globale.



This deep‑dive into alleged racial biases inside Google’s AI around skin‑tone representation brings up such critical conversations about algorithm training data. AI models absorb stereotypes hidden within huge training datasets, which can lead to unexpected, unfair visual outputs for end‑users. I refine research screenshots and comparison visuals for my tech‑ethics blog using bulk image editor. These flaws highlight why human oversight will always be essential for generative AI tools.
Really appreciate this honest exploration of Google AI’s skin‑tone representation controversies! I build multi‑panel social graphics with side‑by‑side AI‑generated example shots and explanatory call‑outs, and free image splitter lets me create clean, readable segmented layouts for tech‑discussion communities. Conversations like this help regular users better understand where AI bias actually comes from.
Thought‑provoking look at how Google’s AI handles skin‑tone diversity and the messy debates around algorithmic fairness. It is not simply about being “racist” or not, but the complex balancing act between diversity guardrails and factual accuracy in generated imagery. I review and sort technical log samples for my AI‑bias analysis posts with can log view online. Every misstep pushes developers to rethink how they tune and test generative image systems.
Il caso dei toni della pelle mostra bene perché la qualità di un sistema di IA non possa essere valutata con una sola media. Servono test distinti per gruppi, revisione umana e criteri documentati prima del rilascio. Questo vale anche per i video generativi: quando proviamo flussi di lavoro con https://www.invideoai.app/ controlliamo separatamente volti, illuminazione, continuità tra i fotogrammi e contesto culturale, invece di limitarci all'impressione visiva complessiva. Sarebbe utile pubblicare sempre i limiti noti del modello e offrire agli utenti un modo semplice per segnalare risultati problematici.
La scala MST è un passo utile, ma la parte decisiva resta il processo di verifica: set di test diversificati, controlli umani e risultati documentati. Anche nei flussi creativi video conviene confrontare più versioni e controllare coerenza e rappresentazione; per questi test uso https://www.thisvid.app come spazio di prototipazione. Rendere pubblici criteri e limiti del modello aiuterebbe a valutare i miglioramenti nel tempo.